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Bambino di dieci anni: il regalo più adatto in questa fase di crescita così delicata

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regalo 10 anni

Dieci anni rappresentano un’età molto particolare per i nostri bambini.
Si è giunti ad un piccolo traguardo: 10 anni. A questa età i bambini amano sentirsi grandi e vogliono crescere in fretta.
Stanno per approdare nella fase successiva, quella della adolescenza e nonostante siano ancora dei bambini, questa fase è molto delicata e va affrontata dagli adulti in maniera equilibrata. Pensare al regalo più adatto per un bambino o una bambina di questa età non è semplice.

Se non gradisce un regalo difficilmente ve lo farà sapere e il rischio di sbagliare perdendo la sua fiducia, è dietro l’angolo.

Far sentire grande un bimbo di 10 anni, senza rischiare di esagerare oltrepassando i limiti della sua età, potrebbe apparire un’impresa.
Assecondare i suoi desideri potrebbe non sembrare semplice, occorre comunque ricordare che ci troviamo ancora all’interno di una fascia di età cosiddetta tenera.

Un bimbo di dieci anni sta per affacciarsi alla pubertà, e questo preludio si fa sentire.
Tuttavia si sta parlando ancora di un bambino e la fase dura da affrontare ancora non è arrivata.
Dobbiamo mostrarci sempre sicuri e capire che anche se appare difficile relazionarsi con i più piccoli, non è impossibile: occorre concentrarsi sugli interessi che mostra il bambino e tenere in considerazione la delicatezza della fase che sta attraversando.

Possiamo giungere alla scelta di un regalo veramente molto gradito e allo stesso tempo importante e stimolante per la sua età. Attraverso il regalo giusto possiamo conquistare una fiducia incredibile da parte del

L’età di transizione: l’importanza dell’amicizia

È questa l’età in cui i bambini si affacciano al mondo dei grandi, allontanandosi sempre di più dalle figure genitoriali per poter condividere il più possibile e confrontarsi con i propri coetanei.

È frequente durante questa età accorgersi di piccoli cambiamenti fisici che contribuiscono alla crescita psicologica e allo sviluppo fisiologico che porta all’età adulta.
In questa fase i bambini amano sentirsi apprezzati ed autonomi, consolidando allo stesso tempo i rapporti relazionali con i propri compagni.
Gli amici diventano sempre più importanti e soprattutto diventano il punto focale dove l’attenzione del bambino si sposta.

Se prima la famiglia rappresentava l’unico nucleo sicuro nonché l’ancora di riferimento, adesso i bambini tendono a cercare la propria autonomia e a relazionarsi con altri bambini, per cui un regalo davvero importante e gradito in questa fase potrebbe essere un gioco da condividere con altre persone.

Il regalo ideale nel rispetto dell’età

Qual è, dunque, il modo migliore per restare vicino ad un bambino in questa fase delicata?
Il nostro desiderio è quello che il nostro bambino cresca si, ma vederlo allontanarsi può spaventare.
Esistono tante possibilità per lasciare che un bimbo cresca autonomo e allo stesso tempo mantenga vivo il rapporto con i suoi tutori.

Sicuramente uno dei modi migliori per restare accanto ad un bambino mantenendo il rapporto creatosi è quello di assecondare gli sviluppi caratteriali di questa fase delicata, regalando magari qualcosa che lo faccia sentire speciale, indipendente ma soprattutto grande.

Una buona idea potrebbe essere quella di regalare un gioco che coinvolga più persone.
Il bambino sarà felice di condividere i momenti di svago sia con gli adulti che sono parte della famiglia, che con gli amici.

Via libera a giochi di società e giochi interattivi.
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Differenziare i giochi di maschi e femmine è di focale importanza per rispettare il genere e la consapevolezza di se stessi. In questa fase i bambini sviluppano la sessualità ed iniziano a cercare la propria.

  • Le bambine apprezzano molto i gioielli, le scarpe e i vestiti, tutte quelle cose che simulano l’età adulta e che affermano il proprio genere.
  • I maschietti prediligeranno invece le moto giocattolo e i biglietti per lo stadio; graditissimi tutti quei gadget legati allo sport preferito: magliette con il numero del calciatore preferito o del pallavolista del cuore.

Questo genere di regali faranno sentire i bambini protagonisti di momenti importanti, molto simili a quelli che riscontrano nella vita degli adulti vicini.

Regali istruttivi per un bambino di 10 anni

Se i dieci anni rappresentano un momento di transizione, è anche vero che questa fase di crescita rappresenta un momento particolare in cui il bambino inizia a comprendere diversi aspetti della vita propri di un adulto.

La figura dell’adulto è importante nel momento in cui il bambino necessita di essere lodato per i suoi successi e non solo nei momenti di errore e di correzione.
Per lodare un bambino e farlo sentire grande potremmo regalargli un buon libro: un testo adatto alla sua età, che sia stimolante e che gli consenta di interfacciarsi con una realtà differente.

Leggere sarà una piccola sfida che lo farà sentire soddisfatto delle sue capacità e soprattutto adulto.

Regali che sviluppano il senso di responsabilità

Regalare un biglietto per un evento in programma potrebbe essere un’ottima idea.
Lasciare che il bambino vada da solo con altri amici, sotto la super visione non palesata di un adulto lo farà sentire grande; ma soprattutto gli insegnerà il senso di responsabilità.

Dargli la possibilità di andare al cinema a vedere l’ultimo film con gli amici, regalandogli dei soldi, gli consentirà di sentirsi responsabile ma allo stesso tempo inizerà a fare i conti con quelle che sono le realtà proprie del mondo dei grandi. Un bambino di dieci anni vuole sentirsi più grande, vuole crescere in fretta ed essere apprezzato per ogni passo avanti che compie. Tutto ciò che può fare un adulto è assecondarlo, mostrarsi fiero e orgoglioso.

Il tutto ovviamente nei limiti, approfittando di questo desiderio di autonomia investendo su di esso quegli insegnamenti che lo aiuteranno a crescere e a diventare un adulto responsabile.

Come comportarsi di fronte ad un bambino dislessico?

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bambino dsa studio

Negli ultimi anni si sente parlare spesso del DSA.
Molti credono si tratti di una malattia e alcuni credono sia irrisolvibile. In realtà i bambini affetti da dislessia hanno solo bisogno di più attenzione ma sono perfettamente in grado di superare questo piccolo ostacolo e mettersi al pari con gli altri bimbi.

Sarà capitato a tutti almeno una volta di incontrare bambini con un disturbo dell’apprendimento. Alcune famiglie convivono con un bimbo affetto da DSA in maniera serena affrontando in maniera equilibrata le difficoltà proprie di questa particolarità. La dislessia non è una vera e propria malattia, nonostante si manifesti secondo una matrice genetica.

Si tratta di una diversità neurologica che influisce sull’apprendimento di alcune pratiche come la lettura, la scrittura e la codifica dei numeri.
I bambini che manifestano DSA compensano le proprie difficoltà sviluppando il pensiero visuo-spaziale, spostando quindi il proprio focus d’attenzione sulle immagini, sui filmati e gli schemi.

Come bisogna comportarsi in famiglia? se tuo figlio è affetto da DSA

Il benessere di un bambino con DSA inizia in famiglia.
Non è indispensabile possedere una conoscenza scientifica di questo disturbo per relazionarsi con i soggetti affetti da questo disturbo. In realtà occorre avere tanta fiducia nei bambini.
Il sostegno degli adulti e la stima che riescono ad infondere nei soggetti dislessici, sono aspetti di fondamentale importanza.

Quando i bambini non si sentono amati e sostenuti, ma anzi abbandonati, tendono a perdere il senso di adeguatezza, rischiando di perdere ogni fiducia in se stessi.
Ciò di cui ogni bambino, in particolar modo un bambino con DSA , ha bisogno, è di vivere in un ambiente sereno e non troppo critico. In famiglia i genitori devono stabilire i ruoli e farli rispettare, creando pace e pazienza, ma allo stesso tempo offrire degli strumenti di facilitazione per il bimbo affetto da disturbo dell’apprendimento.

Per quanto concerne questo ultimo aspetto, è importante non oltrepassare il confine e non offrire al bambino interessato strumenti riduttivi rispetto al ritardo cognitivo. La facilitazione dovrebbe costituire solo un aspetto circoscritto alla decodifica dei codici da analizzare.

L’errore è quello di credere che in questi soggetti il QI sia inferiore alla media e invece non è così: i soggetti con DSA hanno un quoziente intellettivo pari a quello degli altri e per questa ragione non è necessario facilitare il percorso cognitivo che porta alla soluzione. La dislessia comporta soltanto un rallentamento delle funzioni.

Elementi facilitanti per un bambino affetto da dsa

A scuola il bambino inizia a manifestare la propria difficoltà proprio perché si tratta del luogo preposto alla decodifica delle lettere e dei numeri.
In questo contesto, l’insegnante gioca un ruolo chiave nella facilitazione degli strumenti adatti alla decodifica.

Ad esempio, di fronte ad un problema matematico un elemento facilitante per un bambino con DSA è la rilettura del testo.
Il problema è largamente comprensibile dal bambino, la difficoltà si configurerà semplicemente nel tempo di soluzione. Per fare in modo che il bambino non sprechi troppa energia nel lavoro di decodifica, è necessario che il tutore rilegga il testo più volte.

L’importanza della lettura nei disturbi dell’apprendimento

Leggere storie per i bambini dislessici, coinvolgerli facendoli appassionare alla lettura, è un ottimo sostegno psichico nonché un elemento di supporto terapeutico.
Per poter superare al meglio questo disturbo, i bambini hanno necessità di non sentire il peso delle proprie difficoltà.
Per questo agli adulti viene chiesto di rendere amichevole il rapporto con i libri, e piacevole la lettura.
Ogni bambino dislessico ha il diritto di godere della fantasia e l’entusiasmo che i libri sono in grado di offrire.

Il sonno del bambino: come affrontarlo senza ansia

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Nei bambini, dalla nascita all’adolescenza, il sonno è un aspetto che cambia molto spesso andamento. Si tratta di uno dei temi più discussi tra i genitori.
I ritmi di sonno e di veglia influenzano la vita e spesso sono motivo di stanchezza e sconforto nei genitori.

Questa alternanza nei più piccoli è scandita ovviamente dal bisogno di nutrirsi.
Come negli animali, anche gli esseri umani sono più vigili nel momento del pasto e tendono a dormire di più fuori da questo.

I bambini non hanno dei ritmi prestabiliti: a seconda dell’età e del temperamento, ogni bambino manifesterà il bisogno di dormire in un determinato momento e per una durata del tutto soggettiva.
Gli adulti giocano un ruolo fondamentale nell’incanalare il bambino e soprattutto nell’offerta di un tipo di riposo che sia sufficientemente confortevole.

Consigli utili:

  • Evitare addormentamenti fuori dal suo letto, come la macchina, il lettone o il divano perché ad ogni risveglio rischierebbe di non riconoscere il suo letto come il posto giusto in cui dormire;
  • Offrire un ambiente climatico adatto che non sia né troppo freddo né troppo caldo.
    Questo genere di errore comporta risvegli continui e stressanti e danneggia il ritmo fisiologico di sonno e veglia;
  • Offrire una lucina perché non abbia paura del buio: legato anche questo aspetto al fattore di rassicurazione. I bambini hanno esigenza di essere sereni e sentirsi al sicuro per poter riposare in maniera tranquilla. Anche vivere l’ambiente dove dorme, è di grande aiuto al bambino in questo senso.
    Vivere la cameretta anche di giorno è importante affinché diventi per il piccolo un luogo conosciuto e sicuro;
  • Quando un bambino manifesta l’esigenza di stare con gli adulti e in particolar modo con i propri genitori, anche se è notte non bisogna farsi prendere dal panico e cedere all’ansia: mettetevi nel lettone con il vostro bimbo e rimandate tutto ad un momento più favorevole;
  • Sin dalla tenerissima età è bene creare dei rituali ambientali per rendere chiara la percezione di quando sta per giungere il momento della nanna.
    Fare il bagno al solito orario, verso sera, cenare sempre alla stessa ora e secondo determinate modalità o ancora meglio creando un clima diverso tra la notte e il giorno attraverso i toni di voce diversi, illuminazione differente e presenze differenti creerà nel piccolo delle abitudini.

Le differenti teorie degli esperti

Esistono diverse linee di pensiero su come ottimizzare il sonno del bambino e il suo ritmo sonno/veglia.

Secondo Estiville per esempio il bambino va lasciato nella culla e se piange non va consolato.
Molte mamme nonché pediatri e psicologi si sono discostati da questa teoria, abbracciandone altre molto più accondiscendenti e accomodanti verso i bisogni infantili.

Di questo avviso è Tracey Hogg che consiglia di adottare il metodo Pick up/ Put down e cioè quello di avvicinarsi al piccolo che piange nel suo lettino, far sentire la propria presenza, rassicurarlo tenendolo in braccio, calmarlo ma senza farlo addormentare e poi riporlo nel lettino.

Questo metodo secondo la pediatra, aiuta i bambini a sentirsi sicuri ma allo stesso tempo non confonde il piccolo su quali siano i suoi spazi.

In ultimo si posizionano gli educatori che promuovono il co-sleeping e cioè il co-addormentamento. Secondo la teoria abbracciata da Margot Sunderland, i bambini vanno accolti nel lettone dei genitori fino ai 5 anni, età in cui questi decideranno in totale autonomia di andare a dormire da soli.

Secondo la teoria di Sunderland, i bambini dalla nascita fino ai 5 anni hanno bisogno di sentire soddisfatto il loro bisogno di coccole e rassicurazione.

Il passaggio dall’utero materno al mondo esterno rappresenta un trauma che va metabolizzato con il tempo e secondo delle tappe da non bruciare. Ogni bambino presenta comunque un temperamento diverso da un altro ed è fondamentale tenere in considerazione i bisogni e le tempistiche soggettive proprie.

Circoscrivere gli spazi è importante, come lo è creare gli ambienti adatti e i rituali, ma non bisogna mai dimenticarsi che ogni bambino è un piccolo mondo e va rispettato.

Zaino porta bambino: uno strumento comodo se lo si sa scegliere

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zaino bambino quale scegliere

Ecco alcuni consigli utili se stai per acquistare uno zainetto porta bambino.

La nascita di un bambino all’interno di una famiglia è sempre un lieto evento. Spesso i genitori si aspettano di cambiare totalmente le proprie abitudini e di dover abbandonare molte attività.

Se siete una coppia sportiva, che ama il movimento e trascorrere il tempo libero facendo lunghe passeggiate, scampagnate con gli amici, insomma se siete tra quelle coppie che amano divertirsi all’aria aperta e a contatto con la natura, magari state pensando di dover rivoluzionare totalmente queste abitudini con un bimbo piccolo.

Starete pensando che un bimbo lascia poco tempo allo svago poichè necessita di una continua attenzione e non regge alcuni ritmi.

Nulla di più errato: esistono numerosi espedienti che consentono di esplorare il mondo coinvolgendo anche i bambini. Da oggi loro possono venire con noi. Come? Uno strumento di supporto per questa esigenza è proprio lo zainetto porta bambino; pensato per quei genitori che amano trascorrere del tempo libero fuori casa. Questo gadget consente di trasportare i bambini coinvolgendoli in diverse attività. Lo zaino porta bimbo non è altro che  una fascia dotata di moschettoni ancorabili al busto del genitore. In questo modo mamma e papà non dovranno rinunciare alle uscite e anche il piccolo sarà felice di condividere momenti di svago all’insegna del movimento e della natura.

L’espediente giusto per l’istinto esplorativo dei più piccoli

Lo zaino porta bambino è uno strumento valido che può essere utilizzato fino ai 4 anni, età in cui il bimbo tende a lasciare i supporti offerti da mamma e papà per essere più autonomo.

Fino a quell’età lo zainetto porta bimbo aiuterà il piccolo a condividere con i genitori la passione per l’esplorazione, trascorrendo molto tempo fuori senza l’inconveniente di stancarsi. Questo semplice ma utilissimo strumento, con il passare del tempo diverrà molto utile anche quando il bambino diventa autonomo imparando a camminare indipendentemente dall’aiuto esterno.

È frequente infatti riscontrare nei più piccoli una netta difficoltà a stare al passo con i ritmi degli adulti. Questo aspetto è fisiologico ma non deve costituire un ostacolo ai momenti di diletto in famiglia. Camminare molto può diventare stancante per un bimbo di 2 o 3 anni, e quindi cosa c’è di meglio che salire a bordo dello zainetto e farsi portare da mamma o da papà?

Scegliere lo zainetto porta bimbo giusto

È veramente molto importante non lesinare quando si vuole acquistare uno zainetto per il proprio bambino. Tentare di risparmiare su un prodotto del genere potrebbe essere rischioso in termini di salute per la nostra schiena e potrebbe risultare un pericolo per la sicurezza del bambino.  Per scegliere il migliore zainetto porta figlio e il più congeniale alle proprie esigenze occorrerà tener presente alcuni aspetti:

  • La comodità: optare per uno zainetto facilmente regolabile.

Questo aspetto è importante affinchè chi porta lo zaino stia comodo e possa regolare l’altezza e la seduta del piccolo. Durante la passeggiata è fondamentale la comodità dell’adulto per la salute della schiena. Al contempo il bambino ha bisogno di sentirsi al sicuro e questo aspetto verrà garantito solo grazie ad un supporto ben assemblato che presenti una seduta ergonomica e spaziosa al punto giusto.

  • La scelta dei materiali: un prodotto a basso prezzo probabilmente sarà composto di materiali e tessuti scadenti, se non addirittura tossici e fuori dagli schemi normativi consentiti.

Bisogna tener presente che si tratta di uno strumento che utilizzeremo per lo più all’aperto e in condizioni climatiche favorevoli. Ciò vuol dire in presenza di belle giornate di sole. In questi casi, il calore contribuirà al rilascio delle sostanze tossiche eventualmente contenute nella tessitura. È importante per questo non risparmiare optando per un prodotto di qualità.

Come capire se un bambino è autistico

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capire se un bambino è autistico

L’autismo è una patologia di cui ancora oggi sappiamo poco e per la quale non vi è una cura.
Ove presente, rimane per tutta la vita, ma questo non equivale a dire che i problemi del bambino e dell’adulto autistico non possano essere migliorati.

Quel che è importante per fare la differenza è una diagnosi tempestiva, entro i primi 3 anni di vita di un bambino che sembra avere un comportamento anomalo, oltre che delle terapie riabilitative.

Queste terapie, da svolgere in compagnia con i genitori, i quali devono sempre essere vicini al proprio bambino in questa prima delicata fase della vita, servono principalmente per conferire al piccolo il dovuto supporto, così da renderlo indipendente dal punto di vista della quotidianità.

In poche parole aiutano cioè il bambino a mangiare, lavarsi e vestirsi da solo e a compiere altresì altri gesti di indubbia utilità.

Più difficile è che tali terapie riescano a cambiare quelli che sono gli atteggiamenti tipici dei soggetti autistici, che sono tendenzialmente asociali e scarsamente affettuosi. Ma con questo non vogliamo spaventare nessuno, perché un bambino è sempre un dono e merita amore ed attenzioni anche se è diverso dagli altri ed anche se è più difficile parlare e comunicare con lui.

Di sicuro i primi anni di vita saranno i più tosti, ma stando dietro al proprio figlio si impara a conoscerlo e a gestirlo e sarà più semplice e bello fare parte del suo mondo a colori.

Fin da subito ci sarà bisogno di pazienza e tanta positività: l’approccio nei confronti di un bambino autistico deve essere sempre positivo, va lodato ed elogiato con complimenti e parole dolci se compie un bel gesto e va totalmente ignorato se si comporta in malo modo.

Sgridarlo in maniera aggressiva o anche solo dargli attenzioni quando fa qualcosa di sbagliato potrebbe avere un potere rinforzante su di lui.

Quali sono i sintomi tipici dell’autismo

Finora abbiamo parlato di autismo, ma il termine più corretto sarebbe “spettro dell’autismo” in quanto le ricerche e gli studi in materia hanno fatto luce sui molteplici livelli di gravità con i quali questa patologia si manifesta nei diversi soggetti.

Ogni bambino, ogni persona è unica e manifesta il suo comportamento atipico in momenti differenti della vita e con gesti che sono compresi in una lunga lista.

Per questo è un compito arduo quello di presentare questa lista, che non potrà mai essere completa in quanto, appunto, ogni bambino affetto da spettro dell’autismo è un mondo a sé.

Tuttavia possiamo individuare i tre aspetti principali di questa patologia che sono l’isolamento, la chiusura del canale comunicativo e la rigidità nell’eseguire le attività più comuni o nel giocare.

Il bambino autistico quindi già da piccolo tende a stare da solo e a rifiutare il contatto con i genitori o altri bambini, non sorride quando la mamma gli si avvicina e vuol giocare con lui, non le risponde quando lo chiama, né piange quando va via.
Motivo per cui è importante che ogni mamma si prenda cura del proprio bambino ne abbiamo parlato qui: Care mamma abbandonate i poteri e pensate ai vostri bimbi!

Ogni bambino comincia a parlare con i propri tempi, però se ha 2 anni ancora non ha mai pronunciato nemmeno una parola e non riesce a far capire che cosa vuole, potrebbe avere un’alterazione dei sistemi di comunicazione, cioè una chiusura del canale comunicativo.

Per quanto riguarda l’età di queste manifestazioni, vi è chi già intorno agli 8 o 9 mesi non segue con lo sguardo le persone che ha vicino, non risponde con sorrisi agli stimoli e non allunga le manine per essere preso in braccio, ma vi è anche chi arriva a 12-16 mesi senza niente di strano e subisce poi la cosiddetta “caduta delle competenze” e comincia quindi più tardi a stare di più per conto proprio, a non parlare o evitare gli sguardi.

Cosa fare se si notano dei comportamenti anomali nel bambino

Quando si diventa genitori facciamo tutti paragoni con gli altri bambini, è una cosa normale e se stando con il proprio figlio si nota qualcosa di strano, sia quando è solo, sia quando è in nostra compagnia o con i suoi coetanei o altri bambini, prima di fasciarsi la testa occorre prendersi qualche giorno di tempo per osservare meglio il comportamento del piccolo.

Ripetiamo che non bisogna farsi suggestionare troppo dai risultati nei motori di ricerca, non bisogna farsi prendere dal panico, né gettarsi nello sconforto più totale, né tantomeno sminuire quanto si vede e pensare che sia una fase transitoria.

Se è una fase transitoria, un ritardo nel parlare o un momentaneo rifiuto del confronto con l’altro, spetta prima al pediatra e poi agli specialisti dirlo, come i neuropsichiatri infantili per esempio.

Le autodiagnosi in questo caso sono scarsamente efficaci, tuttavia è utile captare i segnali che qualcosa non va sulla base dei sintomi più comuni che abbiamo presentato.
Quello che vi è da sapere infine è che gli esperti, per attestare se il bambino ha uno spettro d’autismo o meno non fanno alcun tipo di esame strumentale, tipo risonanza magnetica o prelievo del sangue, ma raccolgono dati clinici attraverso l’osservazione del comportamento del bambino.

Bambino e tecnologia: come comportarsi?

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bambino e tecnologia

Il tema dell’educazione infantile ha da sempre un significato importante all’interno delle società e se in passato in molti puntavano il dito contro la televisione, oggi tanti altri si schierano contro la tecnologia, i computer e smartphone, che sono gli oggetti più comuni della nostra quotidianità, non usciamo mai di casa senza ed in ogni momento della giornata li consultiamo ed usiamo per varie finalità.

I dispositivi touch sono facilmente utilizzabili anche dai più piccoli che già dai 9-12 mesi sono in grado di memorizzare i comandi per accedere ad un certo tipo di risultato.
Infatti, rispetto al passato lo scoglio linguistico è superato, anzi in questo caso non è proprio presente!

Quel che serve è un benché minimo controllo della mani e questo fa sì che i nostri figli abbiano una sorta di competenza digitale innata… ma tutta questa tecnologia fa bene ai bambini?

Questa è la domanda che ci siamo posti ed in questo articolo forniremo la risposta che, come spesso accade, sta al centro.
Preferiamo dirlo subito che i dispositivi mobile, come tablet e smartphone, e i computer, portatili e non, non sono il male, ma nemmeno vanno usati come gli oggetti che ci “tengono buoni” i figli.

Il mestiere del genitore è un lavoro vero e proprio, a tempo pieno, non si può pensare di allontanarsi dal proprio bambino e lasciarlo con un tablet o un telefono di ultima generazione in mano.

E non stiamo parlando del rischio di rottura del dispositivo stesso o di urto accidentale del bambino, bensì dei contenuti con i quali potrebbe inavvertitamente entrare in contatto.
Quindi, come avremo modo di approfondire, l’uso della tecnologia deve essere condiviso, gestito e controllato sempre da un adulto.

Altresì, quest’uso deve essere consapevole, nel senso che si dovrebbero conoscere gli effetti di tale utilizzo sui bambini.

Opportunità e rischi della tecnologia sui bambini

Al pari di tanti altri strumenti di utilizzo quotidiano, computer, consolle, tablet e smartphone non rappresentano di per sé un qualcosa da iscrivere nella lista nera degli oggetti nocivi.

Essi hanno tutta una serie di utilità e benefici e tale aspetto si rintraccia anche nell’uso infantile, se adeguato. È proprio l’uso che se ne fa a fare la differenza ed è un utilizzo frequente ed eccessivo ad essere dannoso per la salute e per l’apprendimento dei bambini.

Dal primo anno di età fino almeno a 6 anni quando i bambini non vanno ancora a scuola, è fondamentale offrire alternative di svago e di apprendimento.

I dispositivi tecnologici non possono costituire la principale fonte di intrattenimento perché creano una sorta dipendenza e questa in un primo momento può influenzare il sonno e l’alimentazione dei bambini e a lungo andare può sfociare in una difficoltà a livello di attenzione e concentrazione.

Ma i rischi non si esauriscono qui, tra quelli più comuni si trovano l’isolamento: il bambino abituato a rifugiarsi nei giochi virtuali o sul web per passare il suo tempo si chiude in sé stesso, può sviluppare dei problemi a relazionarsi con gli altri e può avere una percezione distorta della realtà.
Per questo il ricorso ai videogiochi e tutte le app per bambini, così come anche i video con cartoni che si possono trovare su YouTube, dovrebbero essere un qualcosa in più, un qualcosa di saltuario per i propri figli, non uno strumento di utilizzo quotidiano.

Come controllare i bambini e la tecnologia

In apertura abbiamo detto che l’uso di questi dispositivi deve essere consapevole e ciò significa principalmente che noi genitori dobbiamo essere i primi a conoscere le reali potenzialità e altresì i pericoli che ci sono sulla rete e sui social network.
Essere informati su come funziona il web e che tipo di contenuti si trovano è fondamentale per salvaguardare i propri figli.
E’ Fondamentale anche sapere che: Abbandonare i super poteri e dedicarsi ai figli è fondamentale

Questo perché permette di trasmettere loro le dovute informazioni, di guidarli ed accompagnarli, oltre che impostare i dovuti filtri, nel caso di computer e notebook, per un’esperienza di navigazione sicura e senza rischi.

Le famose buone maniere che si imparano da piccoli e gli altrettanto famosi “occhi aperti” e “non accettare le caramelle dagli sconosciuti” sono tanto importanti quanto gli ammonimenti sui pericoli degli schermi luminosi che tanto piacciono ai nostri figli.

Si evince quindi che è proprio doveroso avere una propria educazione digitale per trasmetterla ai propri figli e dormire sonni tranquilli.

Ciò non esclude però lo stare insieme ai propri figli, che come abbiamo detto, dovrebbero sempre condividere con un adulto le attività che compiono su un dispositivo tecnologico.

Oltre a permettere di avere un feedback diretto di ciò che il bambino sta facendo, ciò evita che il bambino si senta solo e si isoli.
Si dovrebbe un po’ tutti riscoprire il vero significato della parola “condivisione” che vuol dire fare qualcosa insieme, face to face, hand to hand, nella vita reale, nella vita di tutti i giorni.

Quando i bambini sono piccoli e finché non raggiungono almeno l’adolescenza, si dovrebbe cercare di essere quanto più presenti possibili e coinvolgerli in tante attività differenti, e non esclusivamente digitali e virtuali
Perchè non pensi di prendere una bici al tuo bambino: Bicicletta bambino guida all’acquisto

Alimentazione bambino dai 6 mesi

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L’alimentazione è un fattore fondamentale per la salute di tutti noi, bambini compresi.
Ma in età infantile il pasto non serve solo per nutrirsi, ma anche per apprendere delle regole, per questo è importante approcciarsi in maniera adeguata all’alimentazione del bambino.

Dallo svezzamento in poi, periodo che coincide solitamente al 6° mese di età del bambino, comincia la sua educazione alimentare, educazione che richiede tanta pazienza e che si contraddistingue per essere un percorso graduale.

Solo il latte materno a 6 mesi non è più abbastanza per la crescita del neonato, il quale ha bisogno di proteine, ferro ed altri minerali che si trovano in carne, pesce, frutta e verdura.

Quindi, per gradi, occorre iniziare a somministrare delle pappe a base di alimenti diversi, che sono sconosciuti al piccolo e che difficilmente vengano apprezzati subito.

Infatti, vi sono molte probabilità che il bambino rifiuti il cibo che gli viene avvicinato alla bocca, questo perché è abituato al seno ed al biberon e non ha confidenza con il cucchiaino ed anche perché il sapore è sicuramente differente da quello dolce del latte.

In questi casi di rifiuto quello che occorre fare è non insistere e non forzare il bambino se proprio scuote la testa o non vuol aprire la bocca.
Piuttosto, si consiglia di provare con lo stesso alimento nei giorni a seguire e fare almeno 5/10 tentativi separati, cioè a distanza di giorni l’uno dall’altro, prima di abbandonare l’idea di far assaggiare un dato alimento al piccolo.

Allo stesso modo poi, sempre nei casi di rifiuto, così come in tutti i casi in cui il bambino è distratto o mangia lentamente, quel che è importante è non perdere la pazienza.
Come già accennato, la pazienza è l’arma della quale i genitori si devono dotare per far mangiare i propri figli piccoli e per far sì che il pasto sia un momento felice.

Le valenze psicologiche del pasto nei bambini

Al di là delle tipologie di alimenti che il bambino può mangiare in base all’età, ed al di là dei fabbisogni energetici giornalieri, vi è da segnalare anche che l’esperienza del pasto in sé coinvolge la sfera affettiva, psicologica e relazionale, per questo abbiamo detto che è importante che il momento della pappa sia un momento felice.

Per evitare problemi con il cibo, sia nelle immediatezze sia nel futuro più o meno prossimo, i genitori dovrebbero regolarizzare l’orario del pasto e tenervi lontane tutte le sensazioni negative come ansia, rabbia e frustrazione.
In età infantile il bambino è molto legato ai genitori, soprattutto alla mamma, ed il loro umore lo influenza, quindi se viene imboccato con un moto di rabbia, questo inevitabilmente si ripercuoterà sul piccolo che assocerà il cibo a qualcosa di spiacevole.

La stessa cosa vale per il pasto tra i genitori o la famiglia a tavola.
Anche se il piccolo di casa è sul seggiolone e ha già mangiato o sta provando a mangiare da solo, non bisogna dimenticarsi che assimila tutto.
I genitori rappresentano l’esempio per ciascun figlio, sono il punto di riferimento, la fonte di ispirazione …anche a tavola!

I bambini osservano il comportamento dei genitori quando mangiano e ne sono influenzati, quindi se babbo e mamma discutono o alzano la voce a tavola, loro potrebbero avere dei problemi a relazionarsi con il cibo, in quanto lo associano appunto a un qualcosa che non piace loro o li spaventa.
Ecco che si consiglia di rendere quanto più armoniosi i momenti del pasto e di seguire tutti un’alimentazione sana ed equilibrata, così da trasmetterla anche al figlio.

Infatti, per lo stesso motivo che abbiamo già detto, i figli mangiano ciò che vedono mangiare ai genitori, sono incuriositi dal “mondo dei grandi” e questo non solo è utile appunto per far sì che abbiano una dieta corretta, ma anche che mangino di buon grado cibi dai sapori per loro non proprio piacevoli, come la verdura che tende ad essere amarognola.

Come avvicinare il bambino al cibo

Il cibo non deve mai essere una punizione, né un premio, quindi sarebbe opportuno far comprendere fin dall’età infantile l’importanza di mangiare per la propria crescita, forza e sviluppo. 

Già dopo i 24 mesi del bambino si può iniziare a fargli capire che è per il suo bene e per la sua salute che deve mangiare e finire tutto quello che ha nel piatto, anche se si consiglia tuttavia di non forzare mai a finire qualcosa se il piccolo dice di non avere più fame.

Già a 2 anni per esempio i bambini sono in grado di autoregolarsi.

Per avvicinare poi il proprio figlio al cibo si potrebbe dare libero sfogo alla fantasia e mettere i vari alimenti nel piatto in maniera creativa.
L’impatto visivo gioca un ruolo fondamentale in età prescolare ed invoglia ed incuriosisce i bambini.

In alternativa, un modo molto carino per creare un po’ di aspettativa, ma soprattutto interesse nel cibo, è quello di fare la spesa insieme ai figli e di cucinare insieme.

I bimbi piccoli adorano “sporcarsi le mani” nel vero senso della parola e farli lavorare in cucina li appassiona e fa apprezzare loro i risultati finali, cosa che stimola l’appetito e l’interesse appunto nel cibo.

Perché il tuo bambino di 2 anni si sveglia la notte?

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bimbo che dorme

Diventare genitori significa assumersi un numero di responsabilità che cresce di pari passo con l’età dei figli e delle cose che fanno o imparano a fare.

È una delle esperienze più belle e gratificanti che si possano vivere, sono delle vere e proprie lezioni di vita, lezioni che si imparano giorno dopo giorno relazionandosi direttamente con il proprio figlio e riscontrando i suoi progressi, ma anche informandosi.

Un’adeguata dose di informazione è ciò che serve per avere quantomeno un’idea di che cosa aspettarsi, cioè a che cosa si va incontro, soprattutto se si è alle prese con il primo figlio.
In merito, le fonti da cui attingere non mancano, vi è la famiglia, gli amici, i conoscenti, i pediatri e le riviste specializzate, così come il web, i forum e noi, che oggi ti presentiamo le principali cause che fanno svegliare di notte il tuo bambino di 24 mesi.

Infatti, le preoccupazioni dei genitori non dormono mai, continuano anche durante la notte.
Proprio per questo abbiamo scelto di parlare dei risvegli improvvisi dal sonno, per far dormire sonni tranquilli anche a te.

Ti sarà infatti capitato di svegliarti nel cuore della notte per il pianto disperato del tuo bambino e di spaventarti parecchio; ecco, il nostro intento è quello di farti capire se occorrere allarmarsi oppure no!

Risvegli notturni per ansia da separazione

Va dal 20 al 30 la percentuale dei bambini da 1 a 3 anni che soffre di un qualche disturbo del sonno, quindi anche se intorno a te hai genitori che dicono che i propri figli si addormentano la sera e si risvegliano tranquillamente la mattina dopo, non preoccuparti che tuo figlio non è l’unico e, per di più, rientra nella normalità.

Infatti, i risvegli notturni fino a circa i 5 anni di età dei bambini sono da considerarsi normali, fisiologici: è proprio il loro istinto naturale quello di cercare il contatto con la mamma, anche durante il sonno.
Questo fenomeno è noto come ansia da separazione ed è appunto abbastanza comune.

Tuttavia, vi è da evidenziare che tale ansia da separazione viene influenzata da fattori di tipo psico-fisiologici, vale a dire da ciò che il bimbo fa e vive durante il giorno, e dagli stimoli che babbo e mamma gli danno, quindi può essere placata mettendo in atto azioni diverse e complementari.

Quel che serve è una maggiore presenza, un maggiore coinvolgimento e una routine specifica per la mamma.
Come si consiglia per gli adulti, anche i piccoli la sera non dovrebbero essere esposti a stimoli particolarmente eccitanti e dovrebbero stare molto soprattutto con la figura femminile più importante nella loro vita, la mamma.

Questo soprattutto se la mamma è una lavoratrice e sta fuori di casa per la maggior parte delle giornate, perché è quasi sempre la mancanza della mamma a farsi sentire nel bambino piccolo, mancanza che si traduce in un’irrequietezza notturna e in un pianto che, come si sa, è una forma di comunicazione, nonché il principale ed unico modo di espressione dei bambini quando non hanno ancora sviluppato l’uso della parola e quando c’è qualcosa che non va.

In relazione a quest’ultima situazione facciamo presente che intorno ai 2 anni il bambino può cominciare a fare brutti sogni e a svegliarsi spaventato proprio per quelli, ma ciò non va confuso con il pavor notturno, che è un fenomeno ben diverso.

Cosa è il pavor notturno

Anche se i casi più frequenti si verificano a partire dai 3 anni, già a 2 anni il tuo bambino potrebbe soffrire di pavor notturno, cioè di terrore notturno.
Si tratta di un disturbo abbastanza comune e facilmente riconoscibile: se il tuo bambino piange, urla e si dimena nel sonno, mentre è cioè dormiente alte sono le probabilità che sia in corso un attacco di terrore incosciente, non consapevole.

Il pavor notturno si può dunque riconoscere con facilità perché le urla di solito sono accompagnate da un lungo pianto, da un aumento del battito cardiaco e da una grande sudorazione.
Lo sappiamo, a tutti succede di farsi prendere dal panico e d’istinto ci viene di svegliare il bambino, ma questo comportamento è controproducente.

Infatti, durante un attacco di pavor notturno il bambino va lasciato dormire, coccolato dolcemente e rassicurato con dei sussurrii, oltre che controllato se è parecchio agitato…nel muoversi potrebbe urtare contro qualcosa e farsi male.

Pur quanto possa spaventare, il pavor notturno è un fenomeno innocuo e passeggero, le crisi variano dai 5 ai 30 minuti di tempo e non hanno ripercussioni.

Non essendo legato alla sfera psicologica, non grava sul comportamento di tuo figlio che non avrà nemmeno memoria di ciò che ha vissuto.
Il terrore notturno non è un incubo e non viene causato da paure o traumi che hanno segnato ed impressionato negativamente il bimbo.

Tuttavia è sempre consigliabile in casi del genere di cercare di regolarizzare gli orari del sonno e ridurre quanto più possibile gli eventuali fattori di stress del figlio nella vita quotidiana.
Il fenomeno è altresì non problematico fintanto che la frequenza dell’attacco è sporadica nel tempo, se invece comincia ad essere un appuntamento fisso, il consiglio è quello di non trascurarlo, ma anzi di informare il pediatra per valutare il tipo di percorso terapeutico da seguire.

Cosa regalare a un bambino di un anno

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idee regalo per il bambino 1 anno

Quando i bambini compiono un anno, ci troviamo alle prese con mille dubbi su quale regalo possa soddisfare sia il bimbo che i genitori e le loro idee educative.
Già, perché il compimento del primo anno di vita è un traguardo importante: è ora che il bambino comincia a sviluppare in maniera esponenziale le capacità cognitive e ad allenare le abilità motorie.

Ecco, quindi, che è importante tenere a mente che ci sono due categorie di giochi:

  • Quelli che sviluppano le capacità motorie e la creatività
  • Quelli che stimolano le attività cognitive

Entriamo nel dettaglio!

I giochi da regalare per allenare le capacità motorie

Abbiamo l’imbarazzo della scelta quando si tratta di giochi per bambini, ma noi consigliamo quelli che li aiutano a rafforzare le abilità motorie, a muovere i primi passi e a migliorare la coordinazione. Quali sono? I grandi classici: i cavalli a dondolo, i girelli o le bobby car (piccoli veicoli cavalcabili).
Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche, ma saranno comunque regali graditi dato che assicurano divertimento e sicurezza insieme.
Scopri se il tuo bambino può già utilizzare la bicicletta Bicicletta bambino a che età?

Poiché, poi, ci stiamo avvicinando all’estate, suggeriamo di scegliere giochi manuali che si possano fare all’aria aperta, in giardino, sulla sabbia o al mare.
Può bastare una piccola piscina gonfiabile, o una cassetta con della sabbia, secchiello e paletta, o ancora i tunnel da attraversare, che sono fantastici da mettere in giardino e grazie ai quali i bambini creeranno fantasiose e mirabili avventure.

I giochi da regalare per allenare le capacità cognitive

Per quanto riguarda lo sviluppo delle abilità cognitive, un grosso aiuto ci arriva dai giochi interattivi, negli ultimi anni sempre più tecnologici e intelligenti.

E’ quando il bambino compie un anno che comincia ad articolare le prime parole e ogni stimolo, che arrivi dai genitori o da una qualsiasi attività ricreativa, è un aiuto in più.
I giocattoli interattivi, quindi, possono essere un sostegno importante: parliamo di pupazzi o console che parlano, cantano o, persino, insegnano numeri e parole.

Le regole da seguire nella scelta del giocattolo per il bambino di 1 anno

Inondati come siamo da materiali di dubbia provenienza e da plastiche e scarti dannosi, una particolare attenzione la dobbiamo prestare ai materiali di cui sono fatti i giocattoli che intendiamo comprare.
Quindi:

  • prediligete materiali naturali (fibre naturali, legno)
  • accertatevi che i giochi siano conformi agli standard internazionali di sicurezza e qualità
  • assicuratevi che il regalo sia un mezzo per stimolare la fantasia e permettere l’interazione del bambino con il mondo esterno e non un mero oggetto pubblicitario
  • rispettate la personalità e l’inclinazione del bambino, più che il sesso.

Fermo restando quello che abbiamo appena scritto, è opportuno sapere che ci sono regali più  adatti a bimbe e altri più in linea con i gusti dei bambini.

Alle femminucce, infatti, solitamente piace giocare con le bambole; allora potrete trovarne di bellissime, avendo cura di scegliere quelle realizzate in materiali naturali, come cotone e ciniglia, che hanno il pregio di essere lavabili in lavatrice.

Ma esistono anche regali unisex, che piaceranno indifferentemente a maschietti e femminucce. Ecco qualche esempio:

  • i colori perché è intorno al primo anno che i bambini cominciano a disegnare; vanno scelte le matite adatte alla loro età, ergonomiche, atossiche e scorrevoli anche se non si preme sul foglio con troppa forza; alcune si prestano a disegnare anche sui muri, sui vetri, sulle piastrelle e sulla pelle perché vengono via con facilità.
  • le costruzioni o le macchinine, che incoraggiano l’autonomia visto che sono giochi che si fanno da soli.
  • lo xilofono, perché i bambini adorano i suoni e – diciamolo – fare rumore. E’ un gioco musicale che diverte perché, battendo sui tasti con il martelletto, si scoprono le diverse combinazioni di suoni.
  • i giochi a incastro o i puzzle in legno; solitamente ritraggono animali e, se all’inizio i bambini rimangono attratti dalle figure, col tempo imparano anche a comporre il puzzle. Potrete cominciare da quelli con 7-8 animali e poi – via via – aumentare la complessità.

Il bambino impara a far da solo

Dall’anno in poi, il bambino ha bisogno di imparare a far da solo: se nel primo anno di vita i genitori si trovano a occuparsi totalmente del proprio bambino, dal 13° mese in poi il bambino comincia a diventare man mano più autonomo e impara a giocare da solo.

Con giocattoli come le costruzioni o grazie ad attività come il fare un gioco a incastro o il colorare, il bambino scopre cose nuove e impara quello che gli piace senza alcun condizionamento esterno.
Tutti i genitori dovrebbero incoraggiare il gioco autonomo, perché permette al proprio figlio di affinare la capacità di concentrazione e di rafforzare l’autostima;  il bambino si abitua a divertirsi anche da solo e pone le basi per dedicarsi alle attività scolastiche con successo e senza troppi traumi.

Il gioco simbolico

Il gioco dei bambini si sviluppa in tre fasi, ognuna propria di un’età specifica:

  • da quando nasce a quando compie due anni, il bimbo attraversa la fase del gioco di esercizio senso-motorio
  • dai due anni fino al compimento del settimo c’è la meravigliosa fase del gioco simbolico
  • dal settimo anno in poi si conclude con la fase dei giochi con regole

Ogni fase è caratterizzata da un tipo specifico di gioco.
Nel gioco simbolico, i bimbi adoperano degli oggetti in maniera completamente diversa dal loro uso originario (un bastone diventa un cavallo a esempio) oppure simulano azioni quotidiane (guidare, mangiare, …).

Per questo i regali più graditi, in questa età, sono quelli che riproducono situazioni di vita reale (come le cucine giocattolo in cui immaginare di preparare il pranzo), con il vantaggio di aiutare il bambino nella comprensione dell’ambiente circostante e nell’allenare memoria, creatività, fantasia e capacità di concentrazione.

Perciò siate fantasiosi e non fatevi influenzare dalla pubblicità! Un bambino felice è un bambino capito e condurlo per mano nel suo percorso di scoperta è un dovere da parte di noi adulti.

Cosa devi sapere se stai per adottare un bambino

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cosa sapere se stai adottando

Quella dell’adozione è una tematica tanto grande quanto delicata, vi sono tantissimi aspetti da prendere in considerazione e nella seguente trattazione cercheremo di fornire gli spunti utili per aumentare la propria consapevolezza.

Immaginiamo infatti che se stai leggendo queste righe molto probabilmente hai già in mente di adottare un bambino e che senza dubbio hai le tue buone motivazioni che ti spingono verso un passo del genere.
Tuttavia, a prescindere dei tuoi motivi, ci teniamo a farti sapere che è una scelta che ti farebbe onore perché si tratta di un atto d’amore vero, puro, e l’amore non è mai sprecato, anzi, ce ne è sempre bisogno!
Allo stesso modo, bisogna pur ammettere che anche in fase embrionale del progetto d’adozione vi possono essere dubbi e si possono incontrare delle difficoltà.

Per questo abbiamo deciso di soffermarci sulla prima fase che rappresenta un iter importante tanto l’adozione vera e propria: ci sono sì dei requisiti da rispettare, dei passaggi da seguire, ma ciò che può fare la differenza sono i consigli di altre famiglie che già hanno adottato.
Confrontarsi con chi ha affrontato un’adozione è quindi utile per venire a conoscenza di ciò che succede davvero quando si torna a casa con il proprio figlio adottivo e cosa ciò comporti nella vita di tutti i giorni.

Cosa prevede la legge italiana

Come anticipato, prima di procedere con l’adozione effettiva è previsto un percorso parecchio lungo e complesso perché si parla di vite, di persone, di bambini e la scelta deve essere consapevole. Affidare un bambino ad una famiglia comporta un grande impegno ed un’altrettanto grande responsabilità.

Gli enti e le associazioni preposte all’adozione hanno a cuore il futuro dei bambini, a prescindere dalla loro età e dalla loro precedente situazione familiare. Con ciò vogliamo dire che i servizi sociali seguono le direttive dei Tribunali dei Minori, i quali si attengono alla legge italiana, che a sua volta sancisce dei requisiti ben specifici per chi inoltra domanda di adozione.

Principalmente, la famiglia adottiva dovrebbe essere sposata o convivente da almeno tre anni, la differenza di età tra i genitori ed il bambino dovrebbe essere compresa tra i 18 e i 45 anni di età e entrambi i genitori dovrebbero avere uno stato di salute ed economico tale da avere riconosciuta l’idoneità per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione del bambino.

Ecco che, oltre al certificato di nascita e di buona salute, vengono richieste le buste paga degli aspiranti genitori adottivi e/o le dichiarazioni dei redditi.
Prima di proseguire, apriamo una parentesi specificando che si parla di genitori adottivi fintanto che si ha a che fare con un’adozione vera e propria, nazionale o internazionale che sia, e non quando si parla di affidamento. Molto spesso si tende a confondere questi due provvedimenti giuridici che si differenziano per la durata e la veste giuridica che gli attori assumono.

Infatti con l’adozione il bambino diventa figlio legittimo di una coppia, con l’affidamento viene solamente affidato appunto ad una nuova famiglia. L’affidamento è un provvedimento temporaneo, decade cioè quando il minore compie 18 anni; tuttavia, se ne sussistono le condizioni e ne viene fatta richiesta, può convertirsi in adozione.

Perché rivolgersi alle associazioni di famiglie e genitori adottivi

Al di là dei requisiti e dei passaggi burocratici da seguire, quel che aiuta veramente a maturare una decisione tanto importante è avvicinarsi al mondo dell’adozione, iniziando per esempio a frequentare un centro di accoglienza per minori. Stare a contatto con dei bambini che non hanno la mamma ed il papà e vivere in prima persona l’esperienza di trascorrere con loro una giornata, una mattinata, un pomeriggio o anche solo un paio d’ore, è molto utile.

Parimenti è consigliabile anche entrare in contatto con i genitori adottivi della tua zona, ti sorprenderai nello scoprire quante sono le famiglie della tua città che hanno adottato uno o più bambini, in Italia infatti abbiamo dei numeri positivi in termini di adozioni annuali. Per trovar queste famiglie puoi rivolgerti alle associazioni dei genitori e parlare quindi sia con i genitori che con i loro figli.

Se da un lato le coppie ti racconteranno il loro percorso e la loro storia, condita da gioia e fatiche, dall’altra i figli saranno il termometro della felicità: è ascoltando le loro parole e guardando i loro occhi, il loro modo di comportarsi e giocare che ti farà trovare la risposta alla domanda se adottare fa per te, risposta che sicuramente è già dentro di te.

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